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L' altra musica Ottobre/Novembre2008 PDF Stampa E-mail

Sigur Rós; Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust (EMI) Dall’Islanda giungono piccoli cambiamenti nel sound di una delle band più innovative degli ultimi anni. Gli Sigur Rós si aprono a divagazioni pop, quello acustico e tribal di Gobbledigook, quello à la Coldplay di Við Spilum Endalaust e quello più sperimentale di matrice canadese (Inní Mér Syngur Vitleysingur). Altro tratto distintivo di questo lavoro è la quasi totale assenza della chitarra elettrica di Jonsi, sostituita spesso da tastiere e piano, come nelle due classiche nenie del gruppo: Festival, che esplode nel finale con un turbinio di basso, batteria e cori e Ára Bátur, quieta e dolce ballata pianistica dall’epilogo ridondante suonato con un’orchestra di settanta elementi. Splendida anche Illgresi, piccola perla acustica.
Micah P. Hinson; And The Red Empire Orchestra (Full Time Hobby) Micah P. Hinson, all’età di ventisette anni, è senza dubbio uno dei più talentuosi songwriter presenti nel panorama musicale attuale. Rispetto al precedente album il nuovo lavoro è meno spumeggiante e brioso, complice l’assenza di una solida sezione fiati e il raggiungimento della “maturità” (il ragazzo ha messo la testa a posto), dovuta in parte al matrimonio con la bellissima fidanzata Ashley (la dichiarazione d’amore Sunrise Over The Olympus Mons è tutta per lei) ed anche al superamento dei problemi alla schiena che lo hanno vessato per mesi. Il disco è quasi tutto giocato su soffici ballate addolcite da un abbondante uso di archi, come nella gemma Tell Me It Ain’t So o nel valzer I Keep Havin’ These Dreams. Meraviglioso!
Beck; Modern Guilt (Universal)
Torna dopo due anni di silenzio il genietto dall’anima folk che ama destrutturare e ricomporre i suoni. Ormai è difficile aspettarsi qualcosa di nuovo e spiazzante da Beck, ci è riuscito fin troppe volte in passato: dalle atmosfere seventies di Odelay, a quelle dai tratti funk di Midnite Vultures, all’ispirato cantautorato di Sea Change. L’ultimo disco sembra essere una summa della sua carriera. Gamma Ray e Modern Guilt ci fanno sobbalzare sulla sedia, la prima con quella linea di chitarra anni ’70, la seconda con una batteria cadenzata e quell’incedere implacabile di basso. Replica è l’esempio del Beck alchimista dei suoni, Soul Of A Man è una specie di ritmato bluesaccio sporco mentre in Volcano riaffiora l’anima di cantautore del Nostro. Ottimo ritorno!

Okkervil River; The Stand Ins (Jagjaguwar)
The Stand Ins non è altro che il fratello del precedente The Stage Names, i nuovi brani infatti vengono dalle stesse session di registrazione. L’idea iniziale era quella di un doppio cd, poi accantonata per far uscire due dischi a distanza di un anno l’un dall’altro. Chiariamo subito che questo lavoro non raggiunge i vertici compositivi toccati con gli ultimi due album, ma neanche ci troviamo di fronte ad una raccolta di b-side. C’è Lost Coastlines, un tipica folk-rock song trascinante à la Okkervil River, che quando la ascolti non riesci proprio a star fermo, alla stessa stregua anche Calling And Not Calling My Ex. Poi la dolce ballata Blue Tulip, caricata di pathos dalla voce dolente di Will Sheff. Forse però, un EP sarebbe stato sufficiente.
Woven Hand; Ten Stones (Sounds Familyre)
Archiviata ormai da qualche anno l’avventura con i 16 Horsepower, Dave Eugene Edwards, ora anima degli Woven Hand, sembra rituffarsi nel passato componendo una manciata di brani che mai come ora suonano come quelli della sua vecchia band. Poche ballate, tutte splendide: il tex-mex gotico di Cohawkin Road, la torva Quiet Nights Of Quiet Stars (di Carlos Jobim) e la notturna His Loyal Love. Il resto sono mid-tempo e pezzi più tirati, con chitarre sature di distorsioni. Ascoltate White Knuckle Grip, in cui Edwards arringa come un predicatore invasato o i due minuti e tredici di Kicking Bird, una danza impazzita scandita da una batteria martellante. Un album compatto e senza cadute di tono. Chi ama il folk-rock gotico del Nostro non deve perderlo!
 
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